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Organo Ufficiale della Fondazione Guglielmo Gulotta di Psicologia Interpersonale Investigativa Criminale e Forense.

Processi

 Giurisprudenza di legittimità

§  Cassazione Civile, ordinanza, sez. III, n. 15747 depositata il 15.06.18, Pres. Travaglino, Rel. Fiecconi

Consulenza tecnica d’ufficio – mezzi di prova – documenti da esaminare

La Corte di Cassazione ha evidenziato come la consulenza tecnica di ufficio, non essendo qualificabile come mezzo di prova in senso proprio, perché volta ad aiutare il giudice nella valutazione degli elementi acquisiti o nella soluzione di questioni necessitanti specifiche conoscenze, è sottratta alla disponibilità delle parti ed affidata al prudente apprezzamento del giudice di merito. In particolare – quanto all’asserita violazione dell’onere Corte di Cassazione – copia non ufficiale probatorio e del principio dispositivo – si rammenta che il giudice può affidare al consulente non solo l’incarico di valutare i fatti accertati o dati per esistenti (consulente deducente), ma anche quello di accertare i fatti stessi (consulente percipiente); in quest’ultimo caso la consulenza può costituire fonte oggettiva di prova tutte le volte che opera come strumento di accertamento di situazioni rilevabili esclusivamente attraverso il ricorso a determinate cognizioni tecniche, risultando, in ogni caso, rimessa al potere discrezionale del giudice del merito la finale valutazione. Oltre ciò la sentenza rammenta che, ai sensi dell’art. 194 cod.proc.civ., comma 1, il consulente può assumere informazioni da terzi e procedere all’accertamento dei fatti costituenti presupposti necessari per rispondere ai quesiti postigli, sempreché si tratti di fatti accessori rientranti nell’ambito strettamente tecnico dell’incarico affidatogli e non di fatti e situazioni posti direttamente a fondamento delle domande o delle eccezioni delle parti; a mente del successivo art. 198, comma 2, cod.proc.civ, il consulente può anche, previo consenso di tutte le parti, esaminare documenti e registri non prodotti in causa.

 

  • Cassazione civile, sez. I, sentenza n. 772/2018

Assegnazione casa coniugale – tutela figli minori

IN tale sentenza viene ribadito il principio secondo il quale, in presenza di figli minori o maggiorenni non ancora autosufficienti, l’assegnazione della casa coniugale è espressamente condizionata all’interesse dei figli. La scelta di assegnazione, quindi, non può essere condizionata dai soli tra interessi di natura economica dei coniugi, essendo uno strumento di protezione della prole e non potendo conseguire altre diverse finalità (come già definisce la Cass., n.15367/2015). È stato pertanto rigettato il ricorso presentato dal successivo acquirente di un immobile, già destinato a casa coniugale ed assegnato alla donna per vivervi unitamente ai figli, nonostante la morte del precedente proprietario, essendo il vincolo di destinazione collegato all’interesse dei figli e non alla vita del disponente.

 

  • Cassazione Penale, sez. I, sentenza n. 17442/2018

Stalking – separazione - messaggi

Il pressing nei confronti dell'ex moglie con continui sms è reato. Così ha deciso la Cassazione, confermando la condanna, a 330 euro di ammenda oltre alle statuizioni civili, per molestie nei confronti di un uomo che, non accettando la separazione, continuava ad inviare messaggi dal contenuto offensivo e in orari notturni alla propria ex moglie.

 

  • Cassazione Penale, sentenza n.29495/2018 del 27 giugno 2018

Segreto professionale dell’avvocato – astensione a rendere testimonianza

In tale sentenza viene sancita la facoltà di astensione dell'avvocato dal rendere testimonianza in quanto manifestazione del principio di segretezza professionale. Nel momento quindi in cui un avvocato oppone il segreto professionale, sono inutilizzabili le dichiarazioni rese de relato dalla persona offesa in merito a quanto appreso dal suo legale. Questo perché, il comma 6 dell'art 195 c.p.p stabilisce che: "I testimoni non possono essere esaminati su fatti comunque appresi dalle persone indicate negli articoli 200 e 201 in relazione alle circostanze previste nei medesimi articoli, salvo che le predette persone abbiano deposto sugli stessi fatti o li abbiano in altro modo divulgati".

Nello specifico la Corte Suprema riconosce all'avvocato la facoltà di astenersi dal testimoniare quanto manifestazione del principio di tutela del segreto professionale, secondo gli artt. 195 comma 6 e 200 c.p.p, disposizioni in cui il legislatore ha cercato di soddisfare contemporaneamente l'esigenza di procedere all'accertamento dei reati e di garantire l'effettività della difesa. L'art. 200 c.p.p infatti prevede il divieto di deposizione coattiva, senza imporre un divieto assoluto di esaminare il soggetto tenuto alla segretezza, spettando al Codice Forense stabilire la misura della discrezionalità riconosciuta all'avvocato, di astenersi o meno dal testimoniare.

La Cassazione ha inoltre evidenziato l’inutilizzabilità delle dichiarazioni de relato rese dalla persona offesa su quanto riferito dal suo difensore. L'avvocato difensore della persona offesa, sentito per due volte a sommarie informazioni, per confermare quanto riferito al suo assistito (ovvero che il difensore dell'indagato lo aveva contattato formulando un'offerta risarcitoria a nome dell'indagato), non aveva risposto, opponendo il segreto professionale. Alla luce di questi fatti, il ricorrente ritiene che nemmeno le dichiarazioni della persona offesa sono utilizzabili contro l'accusato. Questo perché l'art. 195 comma 6 vieta la testimonianza indiretta. La Corte di Cassazione condivide questo motivo di ricorso, poiché il Tribunale non ha considerato il segreto professionale opposto dall'avvocato, circostanza integrante il presupposto di operatività del divieto sancito dall'art. 195 c.p.p e la relativa inutilizzabilità delle dichiarazioni assunte in violazione di detta disposizione.

 

Giurisprudenza di merito

  • Tribunale di Livorno, sentenza del 14.11/12.12.2017

Unioni civili – riconoscimento figli

Con ricorso depositato avanti al Tribunale di Livorno, due uomini, coniugati negli Stati Uniti d’America ed uniti civilmente per lo Stato italiano, hanno chiesto la rettifica degli atti di nascita dei due bambini nati in California, figli biologici di uno di loro chiedendo che i minori venissero registrati come figli di entrambi i ricorrenti. Il Tribunale ha accolto il predetto ricorso ordinando la rettifica degli atti di nascita e la conseguente trascrizione ed annotazione del decreto a margine dell’atto rettificato riconoscendo in tal modo la non contrarietà all’ordine pubblico già evidenziato da due sentenze della Cassazione (Cass. 19599/2016 e Cass. 14878/2017).


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